AL MOLTO REVERENDO
FRANCESCO CASELLA
CHE
Addì 4 Settembre 1831

NELLA CHIESA PARROCHIALE
DI
SANTA-MARIA MAGGIORE
IN BONIFACIO

CELEBRAVA LA PRIMA MESSA
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ODE
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Propizio a' voti, e termine
De' tuoi sospiri 'l die
Eccoti surto : a voglie
Non sante sol rstie
Spesso si mostran l'ore
Nè mai, si mira in giolito
Dell'empio il core

Come del mar, che s'agita
Un'onda l'altra chiama,
Tal lieve in suo proposito
Vola di brama in brama
Non lindo cuor ; oh inganno !
Che il viver cangi 'n fomite
Di lungo affanno !

Colui sol può non labile
Accôr letizia in seno,
Che a rie lusinghe immobile,
Ride di un bel sereno,
Cui sol virtude espira ;
E al pio voler si umilia
Che il Cielo inspira.

Tu il puoi, FRANCESCO, che avidi
Allora i lumi ergesti
E pien d'ardor, di giubilo,
Son tuo, Dignor, dicesti,
Quando dell'almo spiro
In cuor scendeati l'aura
Dall'alto Empiro.

Che dolce oblio !.. Qual estasi
Tutta t'invase l'alma !
Non mai nel sen piu placida
Si fè sentir la calma :
E in tuo pensier più vago,
L'opra ti festi a compiere
Onde sei pago.

Compito è il voto : il tiempo
Già risuonò del canto :
Quai ciglia non versarono
Di tenerezza il pianto,
Allor che al sacro rito
Dal Ciel ti fea sollecito
Il blando invito ?

Vieni !.. (tal voce rorida
Nell'alma ti scendea)
T'appressa all'Ara, o figlio ;
Fa core ; in me si bea
De' giusti 'l cuor : sii Santo (1)
E sol paventi l'empio,
Non chiesto a tanto.

Ed ecco allor di subita
Luce l'Altar biodeggia ;
Di rai cotanto fulgidi
Il sol giammai vampeggia ;
Nè sì d'Abel su l'ara
Piovea la fiamma a struggere
L'ostia più rara.


Del fero Egizio all'odio
Sottrati e a' rei perigli,
Tai detti ancor nell'eremo
Udîr d'Aronne i figli,
E li velâr d'oblio ;
Ma di lor colpa i perfidi
Pagaro il fio (2)

Tu saldo in tuo consiglio
Fatto di te maggiore,
Un tanto dir più vivido
Accese in te il fervore ;
E assorto in santo zelo,
Offristi il sacrifizio
E piacque al Cielo.

Quell'Obblazion purissima
Cui l'ultimo Veggente
Vedea con cuor fatidico
Dall'orto all'Occidente
Grande l'ossequio ; e al vero
Nume cantar le laudi
Il mondo intero (3).

Al nuovo rito cedere
L'antico alfin si vide
Non più d'arieti, e tauri
Il sangue or l'are intride ;
Ma, cosa inver miranda !
Sotto sembianze mistiche
Cibo, e bevanda.

Or si offre quei, che supplice,
E, d'ogni colpa scarco,
Depose un dì sul Golgota
De' nostri error l'incarco ;
E, infrante le ritorte
A tutti Ei schiuse facili
Del ciel le porte.

Tu, scelto al ministerio,
Che tanto rito adombra,
Cresci qual puro giglio
Del Santuario all'ombra ;
Ivi han perpetua sede
Speme, che al giusto è pascolo
Amore, e Fede

V'è ancor la Pace, premio
All'uom , che in sen nutrica
Schielto il desire, e tregna
A orrevole fatica :
Pace, che invan sospira,
E invan pur tentatogliere
Chi ha il Cielo in ira.

D'ogni suo ben tuo spirito
Ridonderà ; felice
Vita vivrai : propizia
L'avrem noi pur (mel dice
Presago il cuor) ; nè fia,
Che dé malori eternisi
L'empia genìa.

Verrà quel tempo, e celere,
In cui gli orror fian mut ;
E allor di Giano gli aditi
Eternô fian tenuti
Al guerrïero insano ;
E ottusa al suol la lancia
Gli andrà di mano.

Placato l'odio, ed esuli
Le infeste ire nemiche,
Rieder vedrem la Patria
Alle bell'opre antiche
Col crin d'allori onusto ;
Vedrem fra noi risorgere
L'età d'Augusto.

Vedrem mutate in vomeri
Le spade, e ancor mutate
Le lancie in falci (4) : e al veglio
Men grave fia l'etate
Vôlta in più lieta sorte,
Se il figlioa' lari è reduce
Ritolto a morte.

Non più le guerre civiche
Ti squarcerrano il petto
O Cirno ! O Patria !.. Allegrati,
Ch'eterno avrà ricetto
Tra' figli tuoi la pace ;
Fiça spenta alfin dell'emula
L'orrenda face.

Chi'n cor la guerra medita
S'abbia la guerra ei solo :
Tutto da tanta furia
In lui sol cada il duolo ;
Che tal fìa lacrimato
Il sangue della vittima
Che cesse al fato.

Tu pur esulta, o inclita
Sposa di Cristo ; e il nanto
Rivesti di tua gloria
E il alto siedi, accanto
Al tuo valor (5) : qual lampo
Sparir vedrassi 'l turbine
Che mena vampo.


Non speri del tuo soglio
Ch'unqua crollar mai puote
La base antica svellere
Il nembo, che lo scuote ;
Sta su colonne eterne (6) :
E contro te non valgono
Le forze inferne (7).

No, non lo speri : valida
Quanto più fia sua possa,
Tu sempre in cor più stabile
Ne schermirai la scossa :
Ognor fra l'aspre cure
Festi veder pui splendide
Le tue venture.

Tal pur di Cristo sospite
La nave al fier cimento
Si vide allor che in vortice
Fremea su i flutti 'l vento (8) :
Di Cristo ognor la nave
Quanto più l'onde rugghiano
Tanto men pave.

O te bëato ! Che arbitro
Il ciuelo, in don ti diede
Sovra sì bel naviglio
Poggiar sicuro il piede !
Tutto al tuo corso arrida :
Nè ti sgomenti 'l fremito
Dell'onda infida.

Che paventar ? Se vigile
Fia sempre in suo governo
Colui, che su l'Empireo
Ave suo seggio eterno ?
Tal patto Ei fea (9), nè il solve ;
Ma pria la terra, e l'etere
Andranno in polve (10).

Or quando d'alta nebbia
Vedi, che l'aere imbruna,
che ferve il nembo, e il pelago
In orrida fortuna,
Al Iegno attienti fido ;
E un astro avrai, che provido
te scorga al lido.


In segno di tutta stima, e sincero
attacamento,

Dr. A.G. ROCCA

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  1.  Levit. Cap 11,44
  2.  Numer. Cap 3,4
  3.  Malach. Cap 1,3
  4.  Isai. Cap 2,4
  5.  Ibid. Cap 52,1 et seq.
  1.  I Ad Tim. 3,15
  2.  Matth. Cap 16,18
  3.  Ibid. Cap 8,23 et seq.
  4.  Ibid. Cap 28,20
  5.  Ibid. Cap 24,35


AJACCIO, Presso Marco MARCHI, Stampatore della Prefettura


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